MOZIONE 1/00273 presentata da PIFFARI SERGIO MICHELE (ITALIA DEI VALORI) in data 20091112

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Atto Camera Mozione 1-00273 presentata da SERGIO MICHELE PIFFARI testo di giovedi' 12 novembre 2009, seduta n.245 La Camera, premesso che: dal 7 al 18 dicembre 2009 si terra' a Copenhagen la quindicesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop 15), che rappresenta un momento decisivo del negoziato internazionale sul clima e che dovra' sancire definitivamente la volonta' internazionale di cooperare per la stabilizzazione della temperatura media globale, mediante la drastica riduzione delle emissioni di gas climalteranti; a Copenhagen i circa 200 Stati firmatari dovranno sviluppare ulteriormente la Convenzione dell'Onu sul clima e stipulare un accordo successivo al protocollo di Kyoto, con il quale i Paesi industrializzati e quelli emergenti dovranno impegnarsi a raggiungere determinati obiettivi di riduzione dei gas serra; il presupposto fondamentale su cui si basera' il nuovo trattato di Copenhagen e' l'attuazione dell'articolo 2 della Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Unfccc), che mira alla stabilizzazione della concentrazione di gas ad effetto serra in atmosfera, in modo da ridurre le pericolose interferenze antropogeniche al sistema climatico; l'attuazione di questo obiettivo dovra' avvenire nel rispetto di tre principi: il principio di precauzione (secondo il quale l'incertezza delle conoscenze scientifiche non puo' essere usata come scusa per posticipare un intervento, quando esiste comunque il rischio di un danno irreversibile), il principio della responsabilita' comune ma differenziata (per il quale tutti i Paesi della terra sono responsabili dei cambiamenti climatici generati dalle attivita' umane. Tale responsabilita' e', pero', chiaramente differente fra i vari Paesi a seconda delle condizioni di sviluppo socio-economico ed industriale) e quello di equita' (per la suddivisione dei costi e dei benefici delle decisioni adottate per prevenire e per adattarsi ai cambiamenti climatici e per tenere nel debito conto gli effetti delle decisioni sulle future generazioni); Copenhagen sostituira' il Protocollo di Kyoto (che scade nel 2012), il trattato adottato dalla comunita' internazionale nel dicembre 1997 e sottoscritto da oltre 160 Paesi partecipanti nel corso della terza sessione della Conferenza delle parti (Cop) sul clima, istituita nell'ambito della Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Unfccc); si ricorda che l'oggetto del Protocollo di Kyoto - ancora in vigore - e' la riduzione, attraverso un'azione concordata a livello internazionale, delle emissioni di gas serra. Piu' precisamente si prevede che le parti (i Paesi industrializzati che hanno aderito alla Convenzione quadro) dovranno, individualmente o congiuntamente, assicurare che le emissioni derivanti dalle attivita' umane globali vengano ridotte di almeno il 5 per cento entro il 2008-2012, rispetto ai livelli del 1990, con impegni di riduzione differenziati da Paese a Paese; per quanto riguarda l'Italia, la ratifica del Protocollo di Kyoto e' avvenuta con la legge 1 o giugno 2002, n. 120; per il nostro Paese i dati della Commissione europea evidenziano che nel 2006 si sarebbe registrato un aumento delle emissioni di circa il 10 per cento e si preventiva, con il ricorso a tutte le misure attualmente disponibili, una riduzione del 5 per cento rispetto al 1990, che sarebbe comunque insufficiente a raggiungere l'obiettivo di Kyoto, che ha assegnato al nostro Paese una riduzione del 6,5 per cento; i cambiamenti climatici sono forse la piu' grande minaccia ambientale che l'umanita' si trova a dover affrontare; l'aumento della temperatura terrestre, oggi pari a +0,8 o C, e' stato causato per la maggior parte dalle emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati e la maggior parte della comunita' scientifica e' molto chiara su cosa occorre fare per evitare impatti climatici catastrofici: le emissioni di anidride carbonica devono essere stabilizzate al piu' presto, nei prossimi sei anni, per poi essere portate il piu' possibile vicino allo zero entro il 2050; si stima che i cambiamenti del clima causeranno l'estinzione del 20-30 per cento delle specie oggi conosciute; la perdita di ghiaccio nell'Artico e nell'Antartico ha superato gli scenari piu' negativi disegnati dagli scienziati e molti atolli e isole rischiano di sparire, costringendo intere popolazioni a spostarsi. Quando i terreni fertili verranno colpiti da siccita' e alluvioni, la sicurezza alimentare di miliardi di persone sara' a rischio; il «Quarto rapporto di valutazione» della maggiore autorita' in fatto di cambiamenti climatici, l'Ipcc - Intergovernmental panel on climate change (istituito dalle Nazioni Unite nel 1988) - diffuso nel 2007, e' stato categorico nell'indicare le prove dirette della crescita delle temperature: dall'aumento medio del livello del mare su scala globale, al ritiro dei ghiacciai, dall'estremizzarsi delle precipitazioni in alcune aree, alla desertificazione di altre aree del pianeta. Il Mediterraneo e' un'area a rischio desertificazione e cosi' il 30 per cento del territorio italiano; l'obiettivo di mantenere entro i 2 o C l'aumento della temperatura terrestre (rispetto all'era preindustriale) causato dall'effetto serra costituisce ancora oggi il punto di riferimento delle analisi e dei documenti ufficiali che trattano delle conseguenze, dei costi e dei benefici delle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici. Gli scienziati hanno, infatti, indicato proprio nel 2 per cento di aumento la soglia limite da non superare, affinche' il fenomeno non diventi irreversibile; da qui la necessita' che i maggiori Paesi emettitori di gas serra raggiungano un accordo globale forte, equo e legalmente vincolante a Copenhagen per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra di almeno il 40 per cento entro il 2020 e contenere entro il 2100 il riscaldamento climatico al di sotto dei due gradi rispetto all'epoca pre-industriale; le assemblee e le conferenze dell'Onu, i vertici nazionali e regionali, i G8 degli ultimi due anni si sono tutti conclusi con l'impegno a votare un patto globale di mitigazione e adattamento entro il 2009; per quanto riguarda il nostro continente, il Consiglio europeo nel marzo 2007 ha definito quale obiettivo strategico della politica energetica europea la riduzione almeno del 20 per cento, entro il 2020, delle emissioni di gas serra derivanti dal consumo di energia nell'Unione europea rispetto ai livelli del 1990 e addirittura del 30 per cento in presenza di analoghi impegni da parte di altri Paesi. Tale obiettivo si e' tradotto nell'adozione del cosiddetto «pacchetto energia-clima», in base al quale, oltre all'abbattimento delle emissioni di gas serra fino al 20 per cento rispetto ai livelli del 1990, va aumentata al 20 per cento la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020 e va migliorata del 20 per cento l'efficienza energetica; il 28 gennaio 2009 la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione «Verso un accordo organico sui cambiamenti climatici a Copenhagen» (COM(2009)39 def.), che costituisce la prima concreta proposta di accordo da parte di un grande blocco nell'ambito del negoziato internazionale post-Kyoto; successivamente, in data 1 o aprile 2009, sempre la Commissione europea ha adottato il libro bianco «L'adattamento ai cambiamenti climatici: verso un quadro d'azione europeo» (COM(2009) 147 def.), che illustra gli interventi necessari ad aumentare la resistenza dell'Unione europea nell'adattarsi ai mutamenti del clima; il 21 ottobre 2009 in Lussemburgo e' stato, quindi, approvato dai Ministri dell'ambiente dell'Unione europea il documento sul clima, che contiene il target di riduzione dell'anidride carbonica dell'Unione europea dell'80-95 per cento al 2050 rispetto ai livelli del 1990 ed e' la base negoziale per la prossima Conferenza Onu a Copenhagen; l'Europa conferma positivamente, quindi, la sua leadership in questo ambito. Si e' mossa per prima e con piu' convinzione e ancora adesso e' quella ad avere una strategia piu' chiara e delle proposte concrete; gli obiettivi europei sono sicuramente importanti, ma e' chiaro che sono del tutto insufficienti. Lo sforzo da parte dei Paesi europei e di quelli industrializzati, a cominciare dagli Stati Uniti d'America, dovra' trovare, infatti, corrispondente impegno anche da parte del «Bric», ossia dei quattro «colossi» emergenti: Brasile, Russia, India e Cina. Paesi che hanno responsabilita' minime per i guasti del passato, ma che corrono a grandi passi verso un alto indice di industrializzazione, rischiando di causare nel futuro prossimo gli stessi danni all'atmosfera apportati dalle politiche del vecchio G7. Gia' oggi la Cina e' il maggior emettitore di gas serra al mondo e se il 75 per cento delle emissioni e' storicamente imputabile ai Paesi sviluppati, lo scenario di «domani» indica che il 90 per cento verra' dai Paesi emergenti; e' necessario, quindi, che l'Europa tutta continui ad avere un ruolo da protagonista per raggiungere gli obiettivi che saranno concordati e si dovra', conseguentemente, rendere disponibile a prendere impegni vincolanti. Dopo Copenhagen ciascuno degli Stati dovra' «tradurre» la conclusione del negoziato in nuova modalita' di comportamento, nazionale e comunitario, e il negoziato climatico globale potra' costringere il nostro Paese e l'Europa a posizioni piu' coraggiose; peraltro, le evidenti difficolta' per un successo della Conferenza di Copenhagen risiedono proprio nella complessita' delle negoziazioni. Due percorsi paralleli: uno riguarda i Paesi che hanno ratificato il protocollo di Kyoto, l'altro raccoglie tutti gli altri Paesi, tra cui Cina e Usa; il sostanziale stallo a livello mondiale, che affligge i dibattiti internazionali e le decisioni concrete nella lotta ai cambiamenti climatici, dovra' essere superato con impegni concreti sul taglio delle emissioni nocive e, soprattutto, sul piano finanziario, cogliendo l'opportunita' di stimolare la ripresa economica e l'occupazione, anche attraverso scelte energetiche pulite; sotto quest'ultimo aspetto, un passaggio ineludibile dovra', percio', essere quello di una riconversione ecologica dei modelli di produzione per impedire e ridurre i disastri ambientali, sociali e finanziari connessi ai cambiamenti climatici in atto; la totale incertezza della politica sul «che fare» viene fortunatamente compensata dal dinamismo del mercato globale, dove negli ultimi cinque anni gli investimenti privati nelle fonti rinnovabili e nell'efficienza energetica si sono moltiplicati per dieci; secondo l'ultimo rapporto di Greenpeace Working for the climate: Greenjob (R)evolution il mercato delle energie pulite creera', infatti, Otto milioni di posti di lavoro nel mondo. E 100 mila in Italia; solo dal 2007 il volume di investimento mondiale nelle fonti di energie rinnovabili e' raddoppiato annualmente, passando da 30 a 60 miliardi di euro l'anno. Gli esperti si aspettano che entro il 2020, l'investimento complessivo raggiungera' i 400 miliardi di euro l'anno; e' evidente la funzione anticiclica degli investimenti pubblici nella lotta ai cambiamenti climatici e, in particolare, degli investimenti in tecnologie per la riduzione di emissioni di anidride carbonica e per l'aumento dell'efficienza e dell'indipendenza energetica; nei Paesi industrializzati si va, quindi, sempre piu' affermando la convinzione che un «new deal ecologico», per la promozione degli investimenti nel campo dell'efficienza energetica, delle fonti energetiche rinnovabili e della mobilita' sostenibile, possa produrre rilevanti vantaggi, sia nell'impegno primario per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, sia nello sforzo contingente per sostenere i consumi e l'occupazione; la promozione delle energie rinnovabili - energia eolica, solare (termodinamica e fotovoltaica), idraulica, mareomotrice, geotermica e da biomassa - costituisce da tempo uno degli obiettivi principali della politica, soprattutto dell'Unione europea, nel settore energetico; l'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) ha di recente indicato che fino al 60 per cento la soluzione del problema climalgas serra al 2020 puo' venire dall'efficienza energetica, sia negli usi finali che nella generazione elettrica. In questo senso il successo della conferenza dipendera', inoltre, dall'impegno finanziario che i Paesi industrializzati decideranno di sostenere per facilitare il trasferimento di tecnologie «pulite»; e' evidente che la Conferenza di Copenhagen dovra' segnare un passaggio storico se ci sara' convergenza su misure e regole da adottare, gettando le basi per una nuova economia globale sempre meno dipendente dal carbone e dai combustibili fossili e in grado di sostenere la crescita, favorendo le energie alternative e riducendo drasticamente le emissioni inquinanti, impegna il Governo: ad adoperarsi, nell'ambito della quindicesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si terra' a Copenhagen nel dicembre 2009, al fine di: a) ottenere un impegno - come premessa ineludibile per il buon esito della conferenza sul clima - che garantisca adeguati investimenti e consistenti risorse finanziarie pluriennali (con impegni differenziati tra i vari Paesi), indispensabili per efficaci politiche globali di riduzione delle emissioni di gas climalteranti; b) proseguire ed intensificare la politica per il risparmio energetico e l'uso piu' efficiente dell'energia convenzionale in tutti i settori di applicazione (primo fra tutti, quello dei trasporti dove si compiono i maggiori sprechi); c) incentivare l'uso diffuso delle nuove fonti energetiche rinnovabili, gli investimenti in tecnologie per la riduzione di emissioni di anidride carbonica e l'aumento dell'indipendenza energetica; d) prevedere per i Paesi piu' industrializzati un impegno a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40 per cento entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990; e) non far rientrare l'energia nucleare tra le opzioni finanziabili per ridurre le emissioni nocive e climalteranti; f) incrementare le risorse per la cooperazione internazionale allo sviluppo sostenibile; g) impegnare i Paesi piu' sviluppati a contribuire sensibilmente al finanziamento - da piu' parti quantificato in 100 miliardi di dollari all'anno fino al 2020 - dell'indispensabile trasferimento di tecnologie per l'energia pulita e di un adeguato sostegno economico verso le nazioni piu' povere, che sono, peraltro, anche le prime a sopportare gli attuali e futuri rovesci del clima, favorendo in questo senso l'attuazione delle necessarie misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico; h) favorire iniziative per il contrasto alla deforestazione in atto - e le emissioni ad essa associate - con l'obiettivo di portarla a livelli prossimi allo zero entro il 2020, con particolare riguardo alle foreste tropicali e alle aree maggiormente interessate, quali Amazzonia, Congo e Indonesia; i) promuovere lo sviluppo di una mobilita' sostenibile, favorendo il trasporto pubblico e su rotaia, riducendo contestualmente il trasporto privato su gomma, quale responsabile della maggior parte delle emissioni di anidride carbonica delle aree urbane. (1-00273) «Piffari, Scilipoti, Donadi, Evangelisti, Borghesi, Di Stanislao».
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MOZIONE 
BORGHESI ANTONIO (ITALIA DEI VALORI) 
DONADI MASSIMO (ITALIA DEI VALORI) 
EVANGELISTI FABIO (ITALIA DEI VALORI) 
DI STANISLAO AUGUSTO (ITALIA DEI VALORI) 
SCILIPOTI DOMENICO (ITALIA DEI VALORI) 
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PIFFARI SERGIO MICHELE (ITALIA DEI VALORI) 

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